di Stefano de Fabris
La sfida generazionale segnerà i destini a livello globale nel volgere di pochi decenni. Il confronto sarà sempre lo stesso, fra chi avanza e chi si difende. E il primo aspetto che colpisce profondamente confrontando i paesi industrializzati con quelli emergenti è quanto siano “giovani” i popoli del sud del mondo, rispetto ad un occidente agiato e sempre più “vecchio”. Mai quanto oggi è evidente questo scarto che condizionerà, in pieno, la vita di chi ha oggi venti-trent’anni nonché dei più giovani.
Chi saranno i protagonisti di questa competizione ce lo dice ormai la cronaca: fra tutti Cina e India. Due modelli diversi, che si contenderanno nei prossimi decenni il primato con l’attuale, solitaria superpotenza, gli Stati Uniti. Un confronto che a breve sembra privilegiare il “gigante rosso”: crescita del Pil, competitività sfrenata, primati nella produttività e nell’attrazione di capitali stranieri. Ma che nel volgere di qualche decennio potrebbe consegnare la palma dell’egemonia economica mondiale all’altro protagonista d’oriente: l’India, oggi il più grande paese democratico al mondo.
Il subcontinente è infatti una democrazia che niente ha da invidiare alla nostra: un sistema parlamentare collaudato, governi che si alternano senza sussulti, libertà civili (forse più spesso a parole che nei fatti) garantite. Lo stesso sistema economico e produttivo risente di questa impostazione. E il segreto, secondo demografi ed economisti, è la mancata coercizione sulle nascite praticata invece in Cina. «Oggi l’India ha 200 milioni di giovani fra i 15 e i 24 anni di età, cioè più dell'intera popolazione del Brasile – dice il demografo dell’università di Harvard, David Bloom – e il 70% dei suoi abitanti hanno meno di 35 anni». «Siamo esattamente complementari ai vostri paesi ricchi – commenta il presidente degli industriali indiani Seshasayee – perché abbiamo la risorsa che a voi mancherà di più: una sovrabbondanza di giovani competitivi, motivati, entusiasti e pieni di fiducia nel futuro».
Non si tratta di falso ottimismo, i numeri già oggi parlano chiaro: il Politecnico di Nuova Delhi sforna ingegneri del tutto paragonabili a quelli Italiani, quanto a quantità e livello di conoscenze e tecnologie. Prova di questo è la volontà dell’Alcatel (azienda di telecomunicazioni che detiene il 60% del mercato mondiale nel campo degli apparati di telefonia fissa) di prendere in considerazione di delocalizzare il proprio centro di ricerca da Vimercate (MI) in India. Per questo motivo il modello di sviluppo indiano è certamente “più pericoloso” – perché più concorrenziale – di quello cinese (che difetta di qualità, tutele e verifiche), ma allo stesso tempo “meno pericoloso” perchè basato su un sistema di valori democratici. Se a questo aggiungiamo la preferenza di Delhi a rapportarsi all’esempio europeo piuttosto che a quello Usa, potremmo davvero affermare che l’India tra venti anni sarà come la Romania oggi. Se aggiungiamo a questo i dati del rapporto Eurispes 2007, i quali indicano che l’Italia è il paese europeo dove si investe meno in ricerca e in cui i giovani hanno sempre minor intesse per la cultura tecnico-scientifica, si ha l’idea del quadro desolante in cui si trova il nostro paese.
Ma che risposta può offrire il sistema Italia, e nel piccolo la nostra realtà isontina, ad una sfida generazionale di tali proporzioni? Noi, parte della regione Friuli Venezia Giulia che da sola detiene il triste primato di più bassa natalità e di maggiore invecchiamento della popolazione a livello mondiale? Di sicuro questi cambiamenti non potranno essere gestiti dai “vecchi arnesi” dell’apparato burocratico-economico-politico che troppo spesso emergono o riemergono sulla scena. Noi ci fidiamo dei “vecchi” (vedi il nostro parlamento, specie il senato), mentre per l’Italia sembrano lontani i casi dell'ex-premier inglese Tony Blair o del conservatore David Cameron, leader a trent’anni.
Occorre una vera svolta dettata dalle nuove generazioni. I partiti, e il PD in particolare, devono promuovere e non bloccare il rinnovamento. I Giovani Democratici devono essere il motore autonomo di questa sfida, e l'assemblea di Cormòns sarà il primo tassello di un più ampio movimento che deve coinvolgere tutta la provincia di Gorizia, per renderla protagonista in regione, per poi guardare verso traguardi più alti. Siamo piccoli, e solo l'eccellenza ci potrà salvare. E dare un po' di speranza a chi, soprattutto giovani laureati, potrà trovare un futuro più facilmente fuori dall'Isontino che a casa propria.
Ma ancor di più sentiamo il bisogno di un cambio di mentalità. “Finti” giovani, che pensano come i gerontocrati che li hanno formati e cullati per crescerli come “cloni”, non possono rappresentare il domani. Le liste bloccate per il Parlamento hanno portato i "giovani" a Montecitorio, ma in un modo (scelta dall'alto) che è meglio dimenticare. Dobbiamo crescere con le nostre gambe.
E tutto questo ce lo ricorda l’India.
Giusto. Non bisogna lasciarsi imporre scelte calate dall'alto o calate da fuori.
RispondiEliminaMa fuori regione cosa sta succedendo? (Dico, con i giovani democratici... si muove qualcosa??)
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