L'avevamo già detto a marzo, all'epoca del nostro incontro con il ministro del lavoro Cesare Damiano. A morire sui luoghi di lavoro sono soprattutto giovani, ragazze e ragazzi come noi. Spesso inesperti, perché la formazione costa, spesso precari. Eppure costretti a lavorare come gli altri, ed esposti al rischio come gli altri se non di più.
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Raffaele, 18 anni
di Walter Veltroni
Raffaele, diciott’anni ancora da fare, una vita onesta da operaio e un sogno da calciatore tenuto nel cassetto, è insieme un ragazzo come tanti e un eroe. Secondo le statistiche i morti sul lavoro sono qualcosa di più di tre ogni giorno, domeniche e Natale compresi.
Ormai ci vogliono le tragedie collettive, i sette siderurgici della Thyssen di Torino bruciati dall’olio bollente, o i sei poveri operai di Mineo morti asfissiati uno dopo l’altro in una cisterna avvelenata, per darci il senso dell’enormità di queste morti. Così Raffaele Chianese caduto dal quinto piano mentre stava istallando un condizionatore, per qualcuno sarà uno dei tre morti di sabato 12 luglio.
Per me e credo per tantissimi con me non è così. È un esempio, è una tragedia personale, è un lutto che tocca la nostra vita e la rende meno bella per mille motivi. Per la sua età, prima di tutto. Perché i minorenni uccisi sul lavoro sono ancora tanti, perché questa è una età di sogni e di speranze e Raffaele era tra quelli capaci di coltivarle queste speranze con amore e con fatica. Leggo che era il secondo di cinque figli di una famiglia «difficile», che da due anni viveva in un appartamento occupato a Scampia, nella «Vela rossa».
Le cronache da questo pezzo di Napoli sui giornali sono sempre le solite: vetri spezzati, tapparelle divelte, sotterranei scuri, un gran via vai di ragazzini in motorino. Vivere qui, scrivono, è sinonimo di pusher, sentinelle della camorra, spaccio. Raffaele no, per lui c’era la voglia di lavorare e di fare, sperando magari nell’ingaggio in qualche squadra di calcio a cinque. E il lavoro era diventato realtà da un paio di mesi con un contratto regolare: apprendista in un’azienda edile.
Contro i soldi facili e sporchi i soldi pochi e puliti, faticati lavorando sotto il sole nei cantieri o negli appartamenti da ristrutturare. Fino al tragico volo dal terrazzo di quell’attico di Casalnuovo: lavorava senza protezioni e senza esser legato, senza neppure il casco giallo in testa. Ma questo lo stabilirà un’inchiesta della magistratura.
Qualcuno ricaverà una morale a rovescio da questa storia. Dirà che in fondo tra soldi puliti e soldi sporchi non c’è gran differenza di pericolo e che i soldi sporchi sono tanti, ma tanti di più. Se vogliamo rendere onore a Raffaele dobbiamo fare il contrario. Trattarlo come chi ha fatto la scelta giusta, come chi ha davvero avuto il coraggio di mettersi a faticare (malgrado le tante delusioni dei lavoretti in nero che durano pochi giorni e non hanno futuro) per costruirsi una vita con le proprie mani. E farlo capire anche ai ragazzini della Vela rossa che hanno scelto l’altra strada. Ma dobbiamo anche lottare per mettere fine a queste morti ingiustificabili.
Gli strumenti, le leggi ci sono (e qualcuno nel governo attuale vorrebbe anche toglierle di mezzo perché le giudica troppo severe) si tratta allora di farle funzionare, di aumentare i controlli, di spiegare a tutti anche alle minuscole ditte dell’edilizia che gli incidenti si possono e si devono prevenire. È qualcosa che dobbiamo a Raffaele e a tutti gli altri che stanno appesi a un’impalcatura o in fabbrica.
Ormai ci vogliono le tragedie collettive, i sette siderurgici della Thyssen di Torino bruciati dall’olio bollente, o i sei poveri operai di Mineo morti asfissiati uno dopo l’altro in una cisterna avvelenata, per darci il senso dell’enormità di queste morti. Così Raffaele Chianese caduto dal quinto piano mentre stava istallando un condizionatore, per qualcuno sarà uno dei tre morti di sabato 12 luglio.
Per me e credo per tantissimi con me non è così. È un esempio, è una tragedia personale, è un lutto che tocca la nostra vita e la rende meno bella per mille motivi. Per la sua età, prima di tutto. Perché i minorenni uccisi sul lavoro sono ancora tanti, perché questa è una età di sogni e di speranze e Raffaele era tra quelli capaci di coltivarle queste speranze con amore e con fatica. Leggo che era il secondo di cinque figli di una famiglia «difficile», che da due anni viveva in un appartamento occupato a Scampia, nella «Vela rossa».
Le cronache da questo pezzo di Napoli sui giornali sono sempre le solite: vetri spezzati, tapparelle divelte, sotterranei scuri, un gran via vai di ragazzini in motorino. Vivere qui, scrivono, è sinonimo di pusher, sentinelle della camorra, spaccio. Raffaele no, per lui c’era la voglia di lavorare e di fare, sperando magari nell’ingaggio in qualche squadra di calcio a cinque. E il lavoro era diventato realtà da un paio di mesi con un contratto regolare: apprendista in un’azienda edile.
Contro i soldi facili e sporchi i soldi pochi e puliti, faticati lavorando sotto il sole nei cantieri o negli appartamenti da ristrutturare. Fino al tragico volo dal terrazzo di quell’attico di Casalnuovo: lavorava senza protezioni e senza esser legato, senza neppure il casco giallo in testa. Ma questo lo stabilirà un’inchiesta della magistratura.
Qualcuno ricaverà una morale a rovescio da questa storia. Dirà che in fondo tra soldi puliti e soldi sporchi non c’è gran differenza di pericolo e che i soldi sporchi sono tanti, ma tanti di più. Se vogliamo rendere onore a Raffaele dobbiamo fare il contrario. Trattarlo come chi ha fatto la scelta giusta, come chi ha davvero avuto il coraggio di mettersi a faticare (malgrado le tante delusioni dei lavoretti in nero che durano pochi giorni e non hanno futuro) per costruirsi una vita con le proprie mani. E farlo capire anche ai ragazzini della Vela rossa che hanno scelto l’altra strada. Ma dobbiamo anche lottare per mettere fine a queste morti ingiustificabili.
Gli strumenti, le leggi ci sono (e qualcuno nel governo attuale vorrebbe anche toglierle di mezzo perché le giudica troppo severe) si tratta allora di farle funzionare, di aumentare i controlli, di spiegare a tutti anche alle minuscole ditte dell’edilizia che gli incidenti si possono e si devono prevenire. È qualcosa che dobbiamo a Raffaele e a tutti gli altri che stanno appesi a un’impalcatura o in fabbrica.
Ciao ragazzi,
RispondiEliminadispiace quando un ragazzo giovanissimo muore, quando non si prendono le dovute precauzioni e misure di sicurezza perché non avvengano più... ci sono ogni giorno morti che spesso non fanno più notizia, ma che non per questo dovranno essere dimenticati.
Capita che per un'impresa sia più conveniente far lavorare un giovane, in nero, senza alcun diritto e senza spendere il minimo di sicurezze per salvaguardarlo.
Adesso non importa chi faccia una legge vera, una che manda in carcere per almeno 15 anni l'imprenditore che non mette misure di sicurezza, il muratore che fa lavorare in nero gente